Cesare Zavattini, giornalista, scrittore ma soprattutto soggettista e sceneggiatore di alcuni tra i film più significativi del neorealismo – Ladri di biciclette, giusto per citare il più noto –, un giorno disse: ”Gli scrittori italiani non hanno più idee da quando hanno smesso di prendere l’autobus”.
Io di andare in autobus non ho mai smesso, e non certo per mantenere alta l’ispirazione; sono ipovedente, il che comporta non riuscire a distinguere un paracarro da un bambino, requisito indispensabile per condurre un veicolo di qualsivoglia genere.
Una quindicina di anni fa in autobus, anzi in tram, ebbi l’ispirazione per il mio primissimo romanzo – Tacchi e Taccheggi – captando un dialogo surreale.
Mattina presto, tram più farcito di un bombolone, un uomo provò a sfilare un portafogli dalla tasca di un passeggero che però se ne accorse.
Ne seguì un gran putiferio con semi-linciaggio finale.
Sin lì nulla di così strano, salvo che quando sul tram tornò la calma, sentii una donna bisbigliare a un’altra: “Con ‘sta crisi tanti s’improvvisano, si fanno beccare, mettono tutto il tram in subbuglio, così noi non lavoriamo”.
In quella frase c’era un’intera storia: da un lato le difficoltà economiche e il borseggio come soluzione estrema; dall’altro lo sfilar portafogli assumeva la dignità di professione, quasi d’arte.
Improvvisazione versus specializzazione, nonché il sempiterno problema dei dilettanti che rovinano ogni settore.
Anche l’idea iniziale de L’annusatrice di libri, il primo romanzo della mia pentalogia dei cinque sensi (Fazi editore), mi balenò alla mente in tram: leggevo dal Kindle con i caratteri ingranditi al massimo, quando un lettore “cartaceo” mi fece notare che gli e-reader, per quanto comodi, non esalavano l’inebriante profumo della carta stampata.
Ma io, come dicevo poc’anzi, sono ipovedente e non riesco a leggere i fragranti caratteri corpo 10, massimo 12, dei libri cartacei, così pensai: “Meraviglioso il profumo dei libri, peccato che non possa leggere col naso!”.
Da quel moto di stizza nacque L’annusatrice di libri, la storia di una ragazza che persa la capacità di leggere con gli occhi, scopre di poterlo fare con l’olfatto.
Col tempo, tuttavia, i tram hanno smesso di parlarmi, o meglio i passeggeri si sono zittiti affondando negli schermi degli smartphone.
Non è una critica, io per prima approfitto dei tragitti sui mezzi pubblici per ascoltare gli audiolibri.
Per fortuna, se il tram ha smesso di parlare ( e io di ascoltare), esistono altri contesti nei quali captare storie: i viaggi.
In vacanza la gente parla ancora, e se non lo fa ci pensano i luoghi stessi a suggerire nuove idee.
Quest’estate sono stata in Istria e sul mio quaderno da viaggio, ho raccolto decine di spunti.
Un giorno, visitando un’isola dell’arcipelago delle Brioni, una di quelle isolette teoricamente disabitate, sulle quali però ogni mattina le navi rigurgitano centinaia di bagnanti che poi tornano a riprendere la sera; mentre tutti si accalcavano sulla spiaggia, io timorosa del sole, mi diedi letteralmente alla macchia, anzi, alla macchietta: meno di un chilometro quadro di alberi e arbusti assortiti, tra i quali scoprii un edificio di pietra semidiroccato, un lungo casermone sulla cui facciata si aprivano decine di porte, dietro alle quali si trovavano altrettante stanzette. Di cosa si trattava? Sicuramente non di una prigione, poiché alle finestre che davano sul retro non c’erano sbarre.
Non poteva neppure essere una costruzione militare, perché in genere i soldati dormono in camerate e non in cellette monacali.
Un monastero, dunque? Internet mi confermò che sull’isola un tempo c’era un monastero, ma tantissimi secoli fa e in un altro punto dell’isola.
Non sapevo quale fosse la sua funzione, eppure ricordavo di aver già visto un edificio simile, ma quando e dove?
Il giorno seguente, giunse l’illuminazione: val di Susa, anni ‘ 90: una lunga, lunghissima baita, con tante camerette, alle quali si accedeva direttamente dall’esterno.
Quell’edificio sull’isoletta che di notte torna deserta, poteva essere una colonia estiva per ragazzi, abbandonata da decenni.
Lo era davvero?
Ho fatto ricerche in rete e non ho trovato alcun riscontro, ma poco importa, ormai ho nella testa la mia colonia estiva, che un mattino fu abbandonata in tutta fretta a causa di uno spaventoso e misterioso evento che…
La trama si dipanava nella mia mente, ma i personaggi erano sfocati, indistinti.
Qualche giorno dopo, tuttavia, in un parco di divertimenti li ho visti: tre quattordicenni in coda per salire su di una giostra, due ragazze e un ragazzo, sfavillanti e meravigliosi nella loro peculiare inadeguatezza.
Eccoli, i protagonisti della storia che un giorno scriverò, o forse no, ma che già esistono e si aggirano tra i ruderi di quella che dal tramonto in poi è un’isola disabitata.