Se non ne ho scritto prima è perché non ce la facevo; in fondo è passata poco più di una settimana.

Finora non ho postato una foto con lui sui social, né ho scritto qualche frase più o meno ad effetto.

Non critico chi lo ha fatto, anzi, lo ammiro, perché ha concesso alle proprie emozioni una libertà della quale io non sono capace.

Perdere un amico – un altro! – non è cosa da poco.

Perdere il messaggino serale: «Sono qua sotto, beviamo qualcosa?».

Perdere le lunghe chiacchierate e le sporadiche litigate perché, sì, lui era uno dei pochi con i quali litigavo.

Io non litigo, e non perché sia paziente, comprensiva o tollerante; semplicemente rifuggo i conflitti.

Litigare richiede energia, e deve proprio valerne la pena.

Con lui ne valeva la pena?

Non sempre. Però era un amico, e di veri amici non ne ho poi molti.

Una dozzina, forse?

Probabilmente di meno, ma fare i conti mi pare meschino, specie in un momento come questo.

Non parlavamo esattamente la stessa lingua: lui musicista e DJ, io l’ignoranza musicale incarnata.

Io romanziera, lui amante della non fiction e dei documentari.

Non credo abbia mai letto uno dei miei romanzi; però li aveva tutti e spesso mi aiutava concretamente a promuoverli: aveva organizzato per me presentazioni o curato la parte tecnica di piccoli eventi.

Dal canto mio partecipavo alle sue serate; non a tutte, lo ammetto, e spesso con una certa riluttanza perché non amo ballare né fare tardi.

Le serate che mi sono più care, però, non sono quelle in cui stava dietro alla consolle, ma quelle in cui sedeva al mio stesso tavolo.

Ci univano due cose: l’amore per una persona straordinaria – sua compagna e mia carissima amica – e per le nostre passioni, seppur differenti.

Una volta mi disse che la musica l’aveva sempre salvato, ma non parlava in senso metaforico o emotivo. Sosteneva che, nei momenti economicamente bui, la musica gli si fosse presentata sotto forma di opportunità – un concerto, un matrimonio, una festa privata – che aveva prontamente tappato la falla.

«Se alla musica dai tutto, lei te lo restituisce».

Ed è accaduto anche a me, non con la musica ovviamente, ma con la scrittura.

Glielo dissi, e quella fu forse la nostra più bella chiacchierata.

Di lui mi resta la convinzione che le passioni vadano nutrite, se speri che ti nutrano a loro volta; ma mi rimane anche un’altra cosa: un oggettino che mi regalò circa un mese fa.

Si tratta di una statuetta di ceramica raffigurante un vecchietto intento a leggere un libro, che da anni viveva a casa sua, in una vetrinetta, insieme a un folto gregge di ninnoli acquistati dai suoi genitori molti anni orsono, forse addirittura prima della sua nascita.

«Sembra l’avvocato Ferro», gli dissi, «uno dei personaggi dei miei romanzi».

Volle regalarmelo. Mi schermii e cercai di rifiutare, ma lui insistette.

Oggi sono grata di quell’insistenza, che ha portato il piccolo lettore di ceramica nella mia casa, a ricordarmi, nella sua docile immobilità, che alle proprie passioni bisogna dare tutto.

 

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