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Sindrome da rientro? Ecco i consigli di Massimo Tallone per curarsi con la book therapy!

Il ricordo delle vacanze ormai sbiadisce, come del resto la nostra abbronzatura un po’ radioattiva ai raggi UVB.

Siamo da poco tornati al nostro lavoro e tutto ciò che ci resta delle ferie, a parte le bocce con la neve e altri raffinati souvenir made in Taiwan, sono le tasche vuote e una persistente emicrania, che si dà il cambio con un’inesorabile gastrite.

Diciamo le cose come stanno: talvolta il mese di settembre è una vera schifezza!

Esistono senza dubbio problemi più seri di quella che i medici definiscono “sindrome da rientro”, ciononostante molte persone sono costrette a ricorrere ai farmaci per poterne uscire.

Per fortuna noi non siamo “molte persone”, bensì lettori, e abbiamo a disposizione medicinali molto più sofisticati e meno invasivi di quelli prescrivibili dai medici: i libri.

La letteratura ci cura? Ce lo racconta Massimo Tallone, scrittore, insegnante di scrittura, biblioterapeuta e autore del saggio Bartleby mi ha salvato la vita, che uscirà il 21 settembre con Buendia Books edizioni.

Ciao Massimo, e grazie per aver accettato di alleviare i nostri mali di stagione rispondendo ad alcune domande. Iniziamo dal principio: nel tuo saggio parli dei benefici forniti dalla lettura dei classici, in pratica siamo nel campo della book therapy, o biblioterapia. Come funziona?

  • Grazie, Desy, per avermi accolto nel tuo sito, luogo ormai imprescindibile! Ma veniamo a Bartleby mi ha salvato la vita. Il titolo non è iperbolico, ma reale, almeno per me. Ho scelto di citare Bartleby, nel titolo, perché il personaggio creato da Melville fu uno dei primi, molti anni fa, al quale chiesi in prestito la capacità di dire di no, che mi mancava. Racconto come andò in uno dei capitoli del libro. Allo stesso modo, in un momento doloroso della mia vita, mi ‘trasformai’ in Mendel Singer e presi da lui la pazienza, la rassegnazione e la capacità di sopportazione, che non avevo, e che mi permisero di arrivare al traguardo: da solo non ce l’avrei fatta, ne sono sicuro. Ecco, così, credo, funziona la book therapy. Si tratta di considerare i personaggi della letteratura come persone reali, dotate di capacità e di competenze che possiamo cercare di trasferire in noi, di fare nostre. Del resto i personaggi letterari sono veri, poiché del tutto verosimili, altrimenti non sentiremmo scorrere la vita, nei libri, mentre leggiamo. Ed è utile, inoltre, considerare le vicende vissute dai personaggi come realtà nelle quali sono disegnate le traiettorie della nostra stessa vita. Ad esempio, chi si innamora come Emma Bovary finirà come lei, chi si innamora come Elizabeth Bennet sarà felice.

Quando e come hai scoperto il potere dei classici e la tua inclinazione a usarli come forme di aiuto?

  • Su di me, credo di averlo scoperto, quasi inconsapevolmente, durante l’adolescenza, quando fui ‘rapito’ e tenuto in ostaggio, per anni, dagli autori russi, e da quelli americani, e poi dai francesi, e avanti così. Alla fine di ogni libro restavo così impressionato da ciò che avevo letto, dai caratteri, positvi o negativi, dei personaggi che avevo incontrato, che per giorni non riuscivo più a essere me stesso, ma ero costretto a ‘essere’ questo o quel personaggio. Così, di volta in volta, da un personaggio prendevo il coraggio che non avevo (la prima volta che marinai la scuola mi sentii D’Artagnan), da un altro l’umorismo (Rabelais mi convinse che l’umorismo è un’arma perfetta, inossidabile), e grazie a Drogo capii, giovanissimo, quanto sia vuoto il futuro e come sia facile e rischioso illudersi; e ancora, da Moll Flanders attinsi la capacità di accettare i cambiamenti e di adattarmi a quelli; e i personaggi di Balzac mi impedirono di cercare conferme all’esterno di me…

    Massimo Tallone
    Massimo Tallone

Il prossimo 21 settembre uscirà, con Buendia Books, Bartleby mi ha salvato la vita, un pratico e piacevole manuale che raccoglie il tuo lungo rapporto con i classici e con la book therapy. Vuoi parlarcene?

  • A metà degli anni Novanta, quasi senza pensarci, consigliai a un mio amico, che si lamentava della solitudine, di leggere La nube purpurea, di Matthew P. Shiel. Gli trascrissi titolo e autore su un foglietto. Tempo dopo mi ringraziò perché aveva scoperto un modo nuovo di interpretare la sua solitudine. Seguirono altri consigli letterari ad altre persone. A poco a poco il numero dei foglietti crebbe. So di persone che l’hanno conservato. Da lì a trasformare quei consigli in riflessioni scritte il passo fu breve. Accumulai pensieri e brevi brani legati a singoli libri, vi aggiunsi considerazioni sui meccanismi di osmosi tra personaggio e lettore, ricordai le mie prime esperienze con il ‘rimedio’ letterario. E così, nel 2014, nacque il corso, a partire da una serie di incontri avvenuti alla libreria Luxemburg, di Torino. E infine ecco il libro, che uscirà per la neonata editrice Buendia Books, della coraggiosa e forse incosciente Francesca Mogavero.

Chiunque può avvalersi in autonomia dei classici per trovare rimedi e stimoli oppure occorre la consulenza di un biblioterapeuta?

  • Secondo me i classici sono in grado di fare da soli. Ma a condizione che chi legge accetti l’idea di ‘fare spazio’, di essere disponibile a mutamenti anche profondi. Le opinioni rigide, le certezze assolute e le convinzioni inamovibili sono corazze di titanio che impediscono ogni passaggio tra personaggio e lettore. Uno dei compiti della letteratura, forse, è proprio quello di scuoterci, di invitarci al cambiamento, di spingerci a uscire dalla camicia di forza della nostra minuscola personalità (che spesso crediamo invece vasta e gradevole), di allontanarci un poco dalle nostre consolatorie ‘verità’ o dalla pericolosissima convinzione di essere ‘qualcuno’ (e qui basterebbe leggere L’immortale, di Borges…)

Quali letture ci consigli per superare la “sindrome del rientro”?

  • Il modo migliore per rispondere alla routine del lavoro dovrebbe essere quello di gettarsi al più presto, fin dai primi giorni della ripresa, in un progetto così grande da oscurare la miseria della giornata, come quello di fare la maratona di New York, se si è sportivi, allenandosi ogni giorno; oppure imparare a suonare il sassofono; o leggere Proust. La felicità sta nel fare qualche cosa con volontà ferma, e nel farlo ogni giorno. ‘Fare’ esige una concentrazione che porta ‘dimenticarsi di sé’, come i bambini quando giocano. E il libro che può aiutare a prendere questa potente decisione e a mantenerla con la volontà è, per quanto duro e doloroso, Il vagabondo delle stelle, di Jack London.

Grazie Massimo, ci vediamo a partire dal 21 settembre in libreria, con il tuo Bartleby mi ha salvato la vita!

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